Tre anni
(una celebrazione della costanza)

Mercoledì scorso, dopo il riscaldamento, correvo i miei allunghi per prepararmi alle ripetute da 400 e al termine di ognuno avevo 1 minuto di recupero da ferma. In una di queste pause un uomo che è solito camminare nelle zone in cui corro si è fermato a salutarmi e mi ha detto che ammirava la mia “determinazione incrollabile” nel correre, da anni. Gli ho risposto che è la sua stessa determinazione visto che vedo lui ogni volta che lui vede me. Abbiamo riso, ci siamo salutati, lui ha ripreso a camminare e io a correre nella direzione opposta. Non ci ho pensato più fino al giorno dopo quando ho realizzato che erano tre anni giusti che correvo con una costanza che non mi sarei mai attribuita.
Corro in effetti da più di metà della mia vita ma con fasi alterne, alterni risultati e nessun obiettivo specifico. Poi, da un certo punto in poi, senza neanche realizzarne la portata a lungo termine, è diventata una continuità che definirei addirittura ostinata. Nessuna grande decisione all’origine, solo la somma di tutte le mattine in cui mi alzo ed esco, continuando a farlo.
Il sogno della maratona di Atene ha funzionato molto bene come motivazione iniziale, ma mi sono accorta presto che c’era dell’altro, che doveva esserci per forza. E infatti sono ancora qui, ora che quel sogno è realizzato, a correre con la stessa pervicacia, attraversando i periodi di stanca, i momenti di euforia, miglioramenti e regressioni. La costanza non coincide con la progressione, è qualcosa di molto più elementare e non eclatante. Consiste nel non spezzare il filo.
Potrei forse parlare di fedeltà? Non a un obiettivo esterno, che può cambiare, saltare, essere rimpiazzato, posticipato o semplicemente raggiunto e archiviato. Non vado perennemente in cerca di nuovi traguardi per dimostrare qualcosa a me stessa. Vero che avere una gara in prospettiva mi aiuta a focalizzarmi, ma non mi serve per forza, tant’è che ne corro appena un paio l’anno. Sono diventata invece fedele alla corsa.
Non significa che non ci siano giorni in cui non ho proprio voglia. In quel caso quasi sempre esco ugualmente (e non me ne pento mai), ma talvolta mi concedo di saltare e basta. Ho imparato che non è una corsa storta o una corsa saltata a minare la mia fedeltà. Il lungo termine fa la differenza e oggi più che mai, se mi volto a guardare la strada fino a qui, me ne rendo conto. Sono tre anni che la corsa è parte integrante della mia vita, della mia stessa identità. Come scrivevo l’anno scorso, è diventata una cosa che sono, non una cosa che faccio. Ho ancora una gran voglia di correre e non mi serve più una ragione.

