Isteresi
(il peso del passato)

Ho ricominciato a correre nella primavera di tre anni fa per sottrarmi a una situazione difficile: mentre correvo, ero in un tempo altro e potevo non pensarci per un po’, non dovermene occupare direttamente. Non era vero, ma mi illudevo che lo fosse e mi impegnavo perché lo fosse. Ancora oggi, custodisco questa idea della corsa come tempo separato.
Com’è andata a finire lo sa chi legge questa newsletter dal principio. In quei mesi in cui corricchiavo per lasciarmi indietro le rogne, tornai ad Atene e mi immaginai tagliare un traguardo. IL traguardo. Lo raccontavo qui. Cominciai a correre con più costanza, determinazione, un obiettivo.
Di tempo ne è passato ma sembra ancora ieri, come spesso accade con certi momenti significativi che mutano il corso delle corse, anche di poco, uno spostamento da niente che però modifica tutti gli equilibri del mondo. O almeno del mio.
Il motivo per cui te ne parlo in apparenza non c’entra nulla. Mai sentito parlare di isteresi? Un concetto nel quale mi sono imbattuta nei giorni scorsi, non per la prima volta, ma stavolta aveva qualcosa da dirmi.
Isteresi viene dal greco antico ὑστέρησις e significa ritardo, mancanza. Semplificando un po’, spiega perché la risposta di un sistema dipende non solo dal suo stato attuale, ma anche dalla sua storia. Lo introdusse in senso moderno certo James Alfred Ewing nel 1890 per parlare di sistemi dinamici. Si applica infatti alla fisica, alla biologia, ma pure all’economia. Perché non alla corsa, allora?
L’isteresi è quel che distingue il km 1 dal km 30. Sono entrambi 1000 metri di asfalto, ma c’è una differenza abissale tra i due. Il km 30 contiene in sé tutti i 29 km precedenti, e si sentono tutti.
Penso anche a quando la via del ritorno mi sembra così diversa, pure se la distanza è identica. La mia risposta alla strada dipende dalla direzione della storia: se sto andando verso l’ignoto o sto tornando verso casa. Quando sono stanchissima il ritorno mi sembra enormemente lungo. Se la corsa è andata alla grande mi sembra troppo corto, ne voglio ancora.
La risposta è diversa anche tra due runner con la stessa preparazione fisica alla stessa linea di partenza. Se uno dei due si è ripreso da un infortunio, potrebbe reagire con più voglia di riscatto o, al contrario, sentirsi limitato dal timore che torni il dolore. La storia cambia il sistema.
In senso ancora più macroscopico, riconosco lo stesso meccanismo nel viaggio stesso. All’inizio abituare il corpo a correre non è affatto facile. Se si smette nei primi mesi, è un attimo tornare alla sedentarietà. Ma insistendo ci si accorge che da un certo punto in avanti il sistema cambia stato. A quel punto se ti fermi per una settimana, o anche due, sei ancora un runner e ricominciare non significa ripartire da capo. Indietro non si torna completamente, o almeno non ci si torna per la stessa strada. Isteresi.
Siamo fatti di tempo che si accumula. Corriamo (e viviamo) portandoci nelle gambe tutto quello che abbiamo fatto o ci è accaduto nel tempo. Un carico, ma anche un patrimonio.


Che bella questa parola e grazie per avermelo regalata
Apri sempre squarci di comprensione. Grazie